Nel cuore della scena queer e underground europea, nasce Wegan, un marchio che sfida le convenzioni e abbatte i muri tra fetish, moda e identità. Raccontato dai fondatori Luca e Nicolas, il progetto sorge come un’estensione naturale delle loro esperienze di vita e delle culture che li hanno formati, tra le notti di Londra, Berlino e Parigi, e le atmosfere pulsanti dei club techno. Sognatore e provocatorio, WEGAN si presenta come un brand che non si limita a vestire, ma che permette di riappropriarsi del proprio corpo e di esprimere la propria unicità senza compromessi, tra simboli audaci e colori vibranti, dove il PVC diventa veicolo di libertà e creatività.
Lì dove l’universo fetish si veste di ironia e provocazione, il marchio si propone come portatore di un messaggio politico e festoso, un invito a giocare con i codici, a sperimentare la propria immagine e a superare le barriere dell’omologazione. In un mondo che fatica a riconoscere la forza di questi linguaggi visivi, Luca e Nicolas portano avanti con mano artigiana e consapevole un progetto autentico, che vuole essere anche un esempio di sostenibilità e di rispetto per le diversità. WEGAN, più di un nome, è un inno alla liberazione delle identità, un’eco globale di ambizioni e sogni che si alimentano tra le mura di un’officina di creatività senza confini.
In questa intervista esclusiva, ci hanno raccontato le origini di un’idea nata tra viaggi, club e pratiche di empowerment, e ci hanno svelato cosa significa tradurre l’universo fetish in un’estetica che comunica, sfida e ispira, senza mai perdere di vista il suo spirito più profondo.

1 Com’è nata l’idea di WEGAN e quali esperienze personali e professionali hanno ispirato questo progetto così originale?
WEGAN è un progetto nato in modo del tutto naturale, come estensione di ciò che siamo e delle esperienze che abbiamo vissuto.
Luca ha viaggiato spesso a Londra durante gli studi, città dove anche Nicolas ha vissuto: è proprio lì, attraverso la scena techno, che abbiamo scoperto la cultura dei club, quella queer, e che abbiamo potuto davvero emanciparci.
Parallelamente, Luca ha iniziato a lavorare il PVC, creando da sé accessori come harness, choker e cinture, che indossava durante le serate o agli eventi per rafforzare ulteriormente la propria identità e affermarsi come persona queer.
Dopo gli studi di moda e design, il nostro incontro ha reso evidente il desiderio di trasformare questa passione e bisogno di espressione in un progetto condiviso: dare vita a un marchio, partendo proprio dallo pseudonimo che Luca già utilizzava, WEGAN.
Ma WEGAN non è solo un’avventura creativa. È anche un modo per affermare le nostre esperienze e pratiche personali: il nostro legame con la cultura queer, la scena techno e fetish – che viviamo anche nella nostra sfera privata. Per noi il mondo fetish è uno spazio di libertà e di empowerment: un mezzo per riappropriarsi del proprio corpo, giocare con i codici e guadagnare fiducia in sé stessi, in pieno spirito LGBTQ+.
Con WEGAN vogliamo trasmettere tutto questo: un brand queer e fetish, fedele alle sue radici e alla sua sottocultura, ma al tempo stesso aperto a tuttə, come spazio inclusivo e fonte di ispirazione.
Le nostre creazioni non sono semplicemente harness o accessori: sono pensate per dare potenza, sicurezza e piacere a chi le indossa.
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2L’universo feticista e BDSM è ricco di simboli e provocazioni: come siete riusciti a integrarlo nell’estetica della moda senza perderne l’impatto visivo così forte?
WEGAN non nasce con l’intenzione di essere un marchio di moda nel senso tradizionale.
È un brand che arriva direttamente dall’universo fetish e dalla cultura queer nata nei club: uno spazio festoso ma anche profondamente politico, dove corpi, desideri e libertà vengono celebrati. È questo il contesto che ci appartiene e che ci ispira.
Le nostre creazioni si ispirano al fetish e sono pensate anche per la sua pratica. Ma il nostro obiettivo principale è permettere a ciascunə di affermarsi e distinguersi con forza, soprattutto all’interno della scena notturna e techno.
Il mondo fetish è carico di simboli e provocazioni, e noi giochiamo con questi codici, a volte in modo diretto, altre volte con ironia.
Per noi non si tratta solo di un’estetica, ma di un’esperienza di liberazione: un linguaggio visivo che permette di esprimersi pienamente.
E anche se WEGAN non si definisce un marchio di moda classico, i nostri pezzi trovano naturalmente spazio anche in quel mondo, grazie al loro forte impatto visivo e al loro valore estetico. Sono accessori da performance. È proprio questa forza espressiva a renderli attraenti per stylist, artistə o chiunque abbia uno sguardo attento alla moda.
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3Perché avete scelto il PVC come materiale centrale delle vostre creazioni? Quali sono le sue caratteristiche che lo rendono così adatto al vostro stile?
Il PVC si è imposto naturalmente come alternativa al cuoio.
Entrambi siamo vegetariani, e il mercato è già pieno di harness in pelle e brand che utilizzano il cuoio. Il PVC, oltre ad avere una resa estetica potente, ci offre una creatività molto più ampia grazie alla varietà di colori ed effetti disponibili.
È anche un materiale facile da lavorare, confortevole e piacevole da indossare, grazie alla sua morbidezza a contatto con la pelle.
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4Il fatto a mano è un elemento chiave di WEGAN. Che importanza ha il processo artigianale nella definizione del valore del marchio?
Il fatto a mano è fondamentale per noi.
Vogliamo promuovere un modello di consumo più consapevole, e ci teniamo molto a questo aspetto.
Le ragioni sono diverse:
La prima è una migliore gestione degli stock, evitando surplus inutili. Ogni pezzo è creato su ordinazione. L’unica eccezione riguarda un piccolo stock che realizziamo per esporre durante fiere ed eventi: questi pezzi possono poi essere utilizzati per prestiti, shooting o collaborazioni.
La seconda ragione è che ogni pezzo è realizzato sulle misure della persona che lo ordina, rendendolo unico e perfettamente adattato a ogni tipo di corpo.
Infine, c’è la possibilità di personalizzazione: colori, variazioni su modelli esistenti o anche creazioni su misura completamente fuori catalogo.
Consideriamo questa flessibilità come un vero valore aggiunto, una garanzia di qualità e attenzione, al centro della nostra filosofia.
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5In che modo il mix di origini italiane e collaborazioni internazionali influenza il DNA estetico e creativo del brand?
Le comunità queer e feticiste sono innanzitutto comunità globali, molto connesse tra loro, che si incontrano spesso in eventi sparsi in tutto il mondo.
Naturalmente, esistono differenze culturali da un Paese all’altro, ma sono proprio queste sfumature a rendere più ricche le nostre comunità.
È stato proprio grazie alla community queer – e al nostro interesse comune per la techno e il feticismo – che io e Luca, pur provenendo da Paesi diversi, ci siamo conosciuti.
Per questo motivo, è naturale per noi rivolgerci a un pubblico internazionale, unito da una cultura queer presente ovunque, oltre ogni confine geografico.
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6L’uso di colori accesi come il giallo fluo o il rosso vivo crea un impatto visivo molto forte. Qual è la filosofia dietro le vostre scelte cromatiche?
Il PVC ci offre una libertà reale: possiamo esplorare una vasta gamma di colori.
Luca ha sempre amato gli universi molto colorati, stravaganti e appariscenti. Nicolas, invece, è più attratto dal nero e dalle tonalità più scure. Dovevamo accontentare entrambi!
Ecco perché le nostre creazioni esistono sia in nero – un classico intramontabile nella scena feticista – sia in colori vivaci.
Vogliamo che ogni persona possa esprimersi attraverso questa scelta: il nero, simbolo di potere e senza tempo, oppure colori più accesi e vistosi per chi desidera distinguersi e affermare ancora di più la propria identità.
Ogni pezzo diventa così uno spazio di espressione personale, al confine tra estetica fetish e creatività libera.
Il colore aggiunge anche quella dimensione festosa e audace che per noi è fondamentale.
È anche un modo per distinguersi dai classici accessori in pelle, spesso limitati a palette sobrie e neutre.
Siamo sempre felici quando vendiamo pezzi colorati, soprattutto conoscendo i codici colore propri dell’ambiente fetish, a cui cerchiamo di rispondere nel modo più accurato possibile.
7. Avete inserito anche il colore “cum” nel vostro catalogo: com’è nata questa idea e come siete riusciti a conciliare provocazione e design?
È curioso che lo consideriate provocatorio, ma in effetti, visto da fuori, può esserlo. Noi ci siamo subito innamorati di quel colore e della consistenza leggermente satura e granulosa del PVC. E proprio per quella sfumatura, ci è sembrato naturale chiamarlo “CUM color”.. Certamente c’era anche l’idea di provocare, ma al tempo stesso volevamo restare fedeli alla nostra identità di brand fetish, BDSM, dove il linguaggio legato alla sessualità è sempre benvenuto. È anche un modo per abbracciare l’“osare”, l’irriverenza che attraversa le nostre creazioni.
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8. Il portachiavi “d*ck” è senza dubbio un oggetto che non passa inosservato. Che reazione volete suscitare con questo pezzo ironico e irriverente?
Le nostre ispirazioni sono legate anche all’immaginario gay. Avere un portachiavi a forma di pene ci sembrava quasi inevitabile! Vogliamo normalizzare ciò che ancora oggi può scandalizzare o sembrare eccessivo. È sorprendente vedere quanto piaccia e incuriosisca questo portachiavi — e non solo agli uomini: tantissime donne lo acquistano. In realtà è un oggetto piuttosto simpatico, ma che fa parlare. Ci diverte moltissimo vedere come la semplice caricatura di un organo sessuale, un “pisellino”, possa ancora oggi far sorridere o creare reazioni. Ed è proprio questo il nostro obiettivo: provocare, stimolare, ma sempre con leggerezza.
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9. Come pensate che la moda fetish possa trovare spazio nel mainstream senza perdere la propria identità radicale?
Il mondo fetish resta una nicchia, ma sempre più brand — anche nel campo dell’abbigliamento — cercano di prendere le distanze dal mainstream che ci viene proposto da anni. La liberazione del corpo passa anche attraverso l’uso dei nostri accessori, che non lo coprono, ma lo decorano, lo valorizzano. Pensiamo che il grande pubblico non sia ancora del tutto pronto ad accogliere la moda fetish nella sua forma più radicale. Eppure, per esperienza, sappiamo che riesce a toccare qualcosa di molto intimo in tante persone. Tutto dipende dal livello di apertura mentale.
Serve la volontà di uscire dagli schemi, di mettere da parte i codici del mainstream per esplorare estetiche più libere, alternative, marginali. Il mondo fetish non vuole piacere a tutti, ma può aprire nuove porte, stimolare il desiderio di esprimersi in modi diversi, se si è pronti ad accoglierlo.
Non vogliamo “addolcire” o diluire questa identità.. Al contrario, il nostro obiettivo è offrire, a chi desidera esprimersi attraverso l’accessorio e l’ornamento del corpo, uno strumento di liberazione, sia nella quotidianità che in contesti più adatti.
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10. Dal punto di vista produttivo, quali sono state le sfide più grandi nella realizzazione artigianale di ogni accessorio?
Ogni pezzo rappresenta una sfida a sé. Ci teniamo che ogni creazione sia realizzata con precisione e si adatti al meglio alle forme del corpo. Più un accessorio è grande o complesso, più richiede tempo, attenzione e cura nei dettagli.
La sfida principale, e anche il nostro punto d’orgoglio, è saper adattare ogni pezzo alla varietà dei corpi. Trovare il giusto equilibrio tra design, comfort e vestibilità personalizzata è il cuore del nostro lavoro artigianale.
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11. Avete incontrato ostacoli nella diffusione del brand a causa della sua carica provocatoria? Come li avete affrontati?
Sì, purtroppo sì. Le piattaforme social come Instagram o Facebook applicano una moderazione molto rigida — e a volte arbitraria — soprattutto verso i contenuti legati alla comunità queer.
Capita che ci vengano rimosse delle pubblicazioni, mentre contenuti simili (o anche più espliciti) provenienti dall’ambiente etero cis restino online. Questa disparità di trattamento è frustrante, soprattutto quando l’intento non è mai pornografico, ma artistico ed espressivo.
Abbiamo imparato ad adattare la nostra comunicazione, pur restando fedeli alla nostra estetica e ai nostri valori. E continuiamo a cercare e sperimentare altri canali per diffondere il nostro lavoro, senza scendere a compromessi.
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12. È importante per voi raccontare una storia attraverso ogni pezzo, oltre al suo valore estetico?
A dire il vero, non è quello il nostro obiettivo primario. Non progettiamo ogni accessorio con l’intenzione di raccontare una storia specifica. Al contrario, vogliamo che chi li indossa possa farli propri, proiettarvi dentro la propria storia, il proprio immaginario, la propria identità.
Non seguiamo una logica da collezione tematica con un filo narrativo preciso, come spesso accade nella moda. Ogni pezzo nasce da un’ispirazione del momento, da una ricerca estetica o funzionale. Ed è proprio questa libertà che permette alle nostre creazioni di diventare estensioni di identità diverse, personali, uniche. Non sono costumi predefiniti, ma strumenti di espressione. Servono a rivelarsi, reinventarsi, affermarsi. È in questa libertà che vediamo la vera forza del vestire.
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13. Come vi hanno influenzato i vostri viaggi in capitali europee come Londra, Berlino o Amsterdam?
Ci sentiamo profondamente legati alla scena queer e underground europea, e i nostri viaggi in città come Berlino, Londra o Parigi sono stati fondamentali per costruire l’universo di WEGAN. Sono luoghi dove cultura queer, techno, performance ed estetiche alternative convivono liberamente, senza filtri.
Proprio in questi contesti — nei club, alle feste, nei festival — nascono molte delle nostre idee. L’energia di queste città, la loro diversità, il loro rapporto con il corpo e con la libertà, hanno un’influenza diretta sulle nostre creazioni.
Oggi, grazie al brand, abbiamo la fortuna di viaggiare ancora di più, scoprire nuove scene vibranti in città come Anversa, Madrid e molte altre, e connetterci con comunità che condividono i nostri valori.
Nicolas è francese, Luca è italiano: questa identità europea fa parte del nostro DNA. Anche se produciamo in Italia, il nostro sguardo è rivolto all’esterno, verso tutte quelle culture e sottoculture che sfidano le norme.
WEGAN nasce da questo spirito queer, libero, radicale. E sono proprio i viaggi a nutrire, ancora oggi, questa visione.
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14. Guardando al futuro, quali sono i progetti più ambiziosi di WEGAN, sia creativi che commerciali?
Abbiamo tante idee per il futuro di WEGAN, ma quello che ci guida è la voglia di continuare a fare le cose con i nostri tempi, senza compromessi sulla visione.
Dal punto di vista creativo, ci piacerebbe sviluppare ancora di più pezzi ibridi, a metà tra abbigliamento, accessorio e performance. Vogliamo esplorare la dimensione corporea, scultorea, ma anche quella emotiva delle nostre creazioni.
Dal punto di vista commerciale, vogliamo crescere in modo organico, restando vicini alla nostra community. Partecipare a più eventi internazionali, e magari — un giorno — aprire uno spazio fisico: un luogo di creazione, incontri ed esposizione. Era il progetto iniziale di Nicolas, e ci piacerebbe realizzarlo.
Quello che conta, per noi, è mantenere la nostra indipendenza e libertà.
15Quali consigli dareste a chi desidera creare un brand di moda che rompa gli schemi e superi i limiti, senza scendere a compromessi?
Creare un brand richiede un investimento totale: fisico, emotivo, finanziario… Bisogna credere profondamente in ciò che si vuole proporre, avere costanza e circondarsi delle persone giuste — quelle che sanno incoraggiarti e darti la forza di andare avanti. Trovate una comunità che vi rispecchi, che vi sostenga e alla quale sentiate di poter offrire qualcosa. Restate in ascolto dei suoi bisogni, della sua realtà.
Crediamo che, prima di tutto, sia fondamentale amare davvero quello che si fa, perché in progetti come questo, il confine tra vita personale e lavoro si dissolve molto rapidamente. Le vostre idee, i vostri valori, le esperienze, gli incontri… tutto finisce per intrecciarsi. Ed è proprio questo il bello di questo mestiere: viaggiare, creare, uscire, incontrare persone, vivere — ogni cosa diventa fonte d’ispirazione.. Se vivete quest’avventura come un terreno di gioco, può trasformarsi in uno spazio di libertà incredibile, autentico e profondamente appagante.
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