I social media sono diventati gli atlanti delle nostre vacanze. Invece di cartine e itinerari, scorriamo verso sud o verso nord destinazioni che non conoscevamo finché non ce le ha servite lo schermo. Le spiagge deserte, i vicoli antichi, i tramonti tra i grattacieli… già visti e già ottimizzati. I turisti oggi sono diventati cacciatori di scatti: inseguono le mete più “instagrammabili”, parte di un’insidiosa «economia estetica» che trasforma i viaggi in una collezione di fotografie.
Turistagram: il feed ha sostituito la mappa
Nell’era 2.0 il turista digitale non domanda più “cosa fare a Roma?” ma guarda cosa fanno gli altri. Oltre il 40% dei viaggiatori under 35 sceglie la meta in base ai contenuti visti sui social. Tradotto: il feed ha sostituito la mappa. Instagram e TikTok sono diventati un catalogo di sogni ridefinendo il modo in cui viaggiamo: non cerchiamo più l’ignoto, né persino ciò che era noto, ma inseguiamo immagini già codificate e viste, altamente condivisibili. Perché nel nuovo turismo codificato digitalmente ogni foto scattata, ogni tag geolocalizzato, e ogni recensione lasciata diventano un voto nell’urna digitale.

La fine dell’esplorazione
Così mete e attività diventano popolari perché fotogeniche, dove estetica e condivisione sui social sono parte centrale dell’esperienza: Lago di Braies, Santorini, gallerie d’arte alla moda. Tutto diventa “set” pronto per il nostro feed.
L’imperativo è replicare la foto perfetta vista online. Il risultato? Frotte di turisti davanti allo stesso angolo di scatto, mentre l’autenticità del luogo si perde dietro la posa e la vacanza si consuma come una sequenza di scorci da fotografare con lo smartphone, dove il reale cede il passo alla sua versione preconfezionata. Il turismo moderno crea così “bolle urbane, non-luoghi che fingono un’iper-realtà”, scenografie da cartolina in cui un antico borgo diventa un franchise universale, completamente svuotato della sua umanità.
Il paradosso dei non-luoghi
Il risultato è un turismo selfie-centrico: l’esperienza si racconta in pochi secondi, l’autenticità passa in secondo piano. La visibilità è la nuova moneta della vacanza e noi, contribuiamo a svuotare i luoghi di senso. Marc Augé li chiamavanon-luoghi: spazi anonimi e di passaggio (aeroporti, stazioni, centri commerciali) dove le interazioni sociali mancano. Oggi però il gioco si è ribaltato: molti luoghi “storici” stanno perdendo la loro vera identità, diventando versioni omologate di sé stessi, mentre i non-luoghi tentano di reinventarsi. Un aeroporto si trasforma in parco divertimenti dell’attesa, con opere d’arte, lounge hi-tech ed eventi pop-up. Anche la semplice sala d’aspetto diventa cool, offrendo emozioni inaspettate tra un gate e l’altro.

De-geolocalizzare le esperienze
Ma alcuni viaggiatori preferiscono scoprire angoli fuori rotta o immortalare luoghi non-spettacolari a prova di like: all’orizzonte c’è voglia di imperfezione e di scoperta. Addirittura c’è chi pubblica video e foto senza localizzarsi, proprio per preservare l’autenticità dei luoghi. Un’isola ignorata dagli influencer vale più di una vista panoramica con centinaia di follower alle spalle. Come scriveva Proust, “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Forse è tempo di ricominciare a viaggiare per vedere — non per farci vedere. La considerazione finale ruota proprio attorno al neologismo Turistagram. Apriamo gli occhi. E meravigliamoci. Con tanto di detox online.



