Come Laura e Ludovica De Luca trasformano tradizione, colore e sostenibilità in arte da indossare
nel cuore pulsante di Napoli, tra tradizione artigianale e un tocco di innovazione, nasce Trippat, un brand nato nel 2020 dalle menti creative di Laura e Ludovica De Luca. Queste giovani founder, unite da una profonda passione per l’arte e la moda, hanno saputo trasformare l’arte dell’uncinetto in un progetto imprenditoriale che ridefinisce l’estetica del cappello contemporaneo, portando una ventata di colore, originalità e consapevolezza nel mondo della moda sostenibile.
Trippat non è solo un brand: è un viaggio mentale — un trip — che unisce l’espressione slang “‘trip” con la parola inglese “hat,” prendendo ispirazione dagli anni ’60 e ’70, dall’arte visionaria e dalla cultura giapponese. il cappello iconico “oni” rappresenta questa fusione, evocando la forza e la protezione dei demoni giapponesi protettori, e celebrando la bellezza dell’imperfezione ispirata al concetto del kintsugi, che valorizza ogni unicità e irregolarità.
Ogni pezzo di trippat è realizzato a mano nella “trippat room” di napoli, frutto di un’attenta selezione di filati di recupero e della collaborazione con artigiani locali. Questa slow fashion etica si propone di sfidare i cliché del prodotto tradizionale con un approccio sostenibile che rispetta il tempo della creatività e dell’ambiente, invitando soprattutto le nuove generazioni a una moda più consapevole e responsabile.
Il successo di trippat è testimoniato dalle sue creazioni che hanno conquistato artisti internazionali come Madonna, Marracash, Nathy Peluso, Jovanotti e molti altri, trasformando il cappello in un simbolo di identità, stile e visione contemporanea. Laura e Ludovica, con la loro freschezza generazionale e lo sguardo che intreccia territorio, arte e innovazione, hanno saputo donare nuova vita all’artigianato napoletano, rendendolo un’arte da indossare e da vivere quotidianamente.
Fantamoda è onorata di portare alla luce questa storia di creatività e imprenditorialità al femminile, sottolineando come il fashion design possa essere veicolo di messaggi profondi e cambiamenti culturali nel mondo della moda contemporanea. Trippat è una testimonianza vibrante di come la passione, unita a un solido legame con le radici e la tradizione, possa dare vita a qualcosa di autentico e profondamente innovativo.

- Cosa significa per voi fondere tradizione artigianale napoletana e innovazione contemporanea nel vostro progetto?
Per noi significa prendere un gesto antico e portarlo in una grammatica pop e contemporanea. I nostri lavori sono pensati per il palco, lo streetwear e la vita reale. una spinta a sperimentare senza nostalgie. - Qual è il senso profondo del nome “Trippat” e come racconta la natura del vostro brand?
È la crasi tra trip (viaggio, ossessione—anche “’o trip” in napoletano) e (h)at (cappello): un gioco che racconta pezzi iper-identitari, colorati, un po’ visionari. In casa lo storpiavano già “Trippat”: è rimasto perché suona esattamente come noi. - Quali sono le ispirazioni principali (anni ‘60-‘70, cultura giapponese, arte visionaria) che influenzano le vostre collezioni?
Gli anni ’60-’70 per l’energia psichedelica e il coraggio di rompere gli schemi; la cultura giapponese per il nostro ONI (corna/occhi) e l’idea del kintsugi—l’errore che diventa oro; l’arte visionaria e la street art (Basquiat, Banksy) per la lingua del colore. Il risultato è un crochet che non chiede permesso: entra in scena. - Com’è nata la vostra passione personale per l’uncinetto e l’artigianato?
Lockdown 2020: rimanenze di filati, un uncinetto, “tutorial live” di nonna Mena. Quel ritmo ti costringe a rallentare, ad ascoltarti; da passatempo è diventato linguaggio. Da lì il primo cappello, poi un mondo. - In che modo la famiglia e il territorio napoletano hanno influenzato il percorso creativo di Trippat?
Napoli ci ha dato senso del teatro, ironia e mescolanza; la famiglia ci ha dato le mani e la pazienza. In mezzo c’è la nostra camera-laboratorio, il caos che ordina le idee: da lì usciamo con pezzi che sanno di casa ma non hanno confini. - Qual è il processo di trasformazione degli scarti di filati in pezzi unici? Che tipo di ricerca fate sui materiali?
Partiamo da rimanenze e filati d’archivio, campioniamo, combiniamo texture “alte” e recuperi, testiamo resistenza/comfort e luce (come reagisce il colore in foto e on stage). La collaborazione con Vimar 1991 (gruppo Chanel) ci ha spinto a elevare il livello della ricerca cromatica e tattile, fino alle presentazioni a Pitti Filati. - Quali valori trasmettete attraverso la slow fashion e la moda etica e quali impatti osservate sulla generazione Z?
Valorizziamo tempo, tracciabilità e co-progettazione: pochi pezzi, su misura, niente “click & subito”. La Gen Z risponde perché cerca identità e relazione: non solo comprare, ma partecipare al processo. È moda come biografia, non come algoritmo. - Che significato attribuite alla bellezza dell’imperfezione, ad esempio nell’iconico cappello Oni e nel concetto di kintsugi?
Amiamo i micro-scarti, le asimmetrie, i punti “vivi”: sono la firma di chi li ha fatti. ONI nasce da lì—una maschera-talismano pop—e il kintsugi ci ricorda che le crepe sono storie, non difetti. È il nostro modo di dire: l’unicità vale più della perfezione. - Come riuscite a coniugare la manualità artigianale con una visione cosmopolita e pop?
La mano costruisce il pezzo; il mondo lo accende: moodboard condivise, DM, prove colore, fitting per palco e street. Pensiamo a come “suonerà” sotto i riflettori e in un feed: stessa anima, formati diversi. - Qual è stata la reazione di artisti e celebrity come Madonna, Noemi, Marracash, Jovanotti e Tokischa di fronte ai vostri prodotti?
Ci hanno sorpreso la cura “quasi materna” di Madonna e il gioco infinito di Jovanotti; Marracash ci ha portato l’energia rap, Noemi ha scelto il colore con una naturalezza bellissima. In generale, quando provano i nostri pezzi la prima cosa è sempre un sorriso—poi arrivano i messaggi, le richieste, le idee insieme. - Che ruolo svolge la Trippat Room di Napoli sia nella produzione che nella contaminazione creativa?
È il nostro laboratorio-salotto: si produce, si prova, si fotografa, si ascolta musica. È una “stanza delle contaminazioni” dove entrano amici, artigiani, musicisti: il luogo fisico in cui il caos diventa forma. - Quali sono le sfide maggiori che incontrate nel promuovere la sostenibilità, la qualità e l’unicità in un mercato globalizzato?
Spiegare che lento non è costoso ma prezioso; proteggere unicità e qualità in un mondo di copie veloci; educare al valore del tempo di lavorazione. E trovare partner che capiscano la scala giusta: piccole serie, niente compromessi sulla materia. - Cosa consigliate a giovani designer e artigiani che vogliono lanciare una propria impresa responsabile e creativa partendo dalla tradizione?
Studiate le radici e sporcatevi le mani; scegliete una forma simbolo e spingetela fino in fondo; tracciate il vostro tempo di lavoro (vale quanto il materiale); aprite il processo al cliente (co-design) e siate radicali nella cura. Il resto è costanza: pochi pezzi, fatti benissimo, e storie vere attorno.




