Manuel Bozzi jewellery: il best of del rock toscano


Manuel Bozzi, l’artigiano rockmantico che forgia emozioni in argento

Dall’archetipo gotico al tribale contemporaneo, passando per il glamour rock: la visione di Manuel Bozzi è una sinfonia di stile e materia.

C’è chi disegna gioielli. E poi c’è chi, come Manuel Bozzi, li forgia con l’anima. Nato a Pisa il 22 settembre 1973, figlio di Riccardo (direttore artistico del Teatro Verdi) e Lydia Nissim (artista orafa e pittrice), Bozzi cresce immerso tra le luci della scena, le tavole del palcoscenico e i metalli preziosi della bottega materna. È qui che nasce la sua visione: un’estetica potente, sensuale e alchemica che fonde radici rock, spirito romantico e artigianato colto. Il suo manifesto? Una parola coniata da lui stesso: Rockmantique.

Dopo studi in comunicazione visiva, il suo debutto artistico lo porta a collaborare con icone del calibro di Francois Girbaud e alla creazione della Zighidi Collection, trampolino di lancio in fiera a Parigi. Nel 2002 fonda con lo storico partner Luigi Ranchelli il marchio Clan Banlieue, linea luxury che incrocia gioiello e moda, seguita dalla creazione del celebre bracciale Mambam – oggi must have cult e simbolo identitario del suo universo creativo.

Vincitore nel 2007 del Premium Young Designers Award a Berlino, Bozzi viene riconosciuto a livello internazionale come uno dei più autentici ambasciatori del Made in Italy contemporaneo. Le sue creazioni compaiono nei concept store più esclusivi del mondo, online su manuelbozzi.it, e nel suo flagship store a Pontedera, nato nel 2014 sotto la direzione della moglie Chiara Vigilante.

Indossato da star come Achille Lauro, Renato Zero, Pierfrancesco Favino, David Guetta, Asia Argento, Damiano dei Måneskin, Laura Pausini e decine di altri, Bozzi rimane un outsider elegante, capace di trasformare ogni creazione in una dichiarazione d’identità.

Tra sculture da indossare e monili narrativi, ogni gioiello Manuel Bozzi è un atto poetico e una presa di posizione.


  1. Se dovessi definire la tua estetica con una parola inventata, oltre a “Rockmantique”, quale sarebbe?

    “Intimitica” suona bene: quando hai un approccio molto intimo al mito, lo interiorizzi e ne fai una trasposizione assolutamente personale.


2. Quanto della Pisa teatrale di tuo padre e dell’atelier materno ritrovi oggi nei tuoi gioielli?

Molto, moltissimo. Sono due pietre miliari, hanno lasciato un segno indelebile vero, concreto e radicato nel mio inconscio. Spesso, interiormente, cerco la loro approvazione e mi conforta riconoscere che (soprattutto mia madre) approverebbe. Il teatro mi ha insegnato l’importanza della luce. Amo Caravaggio, ogni suo dipinto è un palcoscenico. Il contrasto luce/ombra è sempre presente nei miei gioielli e nella bottega di mia madre si respirava proprio questo.


3. Il traforo artigianale è una tecnica che implica lentezza e cura. In un mondo rapido, cosa rappresenta per te questo gesto?

È quello che ha fatto la differenza. In ogni creazione io e il mio storico socio Luigi diamo ampio spazio ai tecnicismi e alla cura dei dettagli, ai limiti della maniacalità. Abbiamo preservato il Laboratorio dalla frenesia commerciale, i nostri banchi sono immersi in uno spaziotempo a sé. Ed è stata la scelta vincente.


4. Come convivono in te l’anima rock e la precisione dell’artigiano orafo? È un sodalizio o una battaglia interna?

Un sodalizio senza ombra di dubbio. Il rock e la precisione vanno molto d’accordo. Chiedilo a Hendrix! Quando io e Luigi ci siamo incontrati abbiamo unito il mio estro punk/rock alla sua tecnica da alta gioielleria romana e ne è nata una ricetta esplosiva. All’epoca ci siamo fatti notare proprio perché incastonavamo diamanti sull’argento, cosa che non faceva nessuno. E ogni creazione rockeggiante era rifinita in maniera pazzesca, avevamo dato un taglio da alta gioielleria alla street art.


5. Qual è il valore del “non finito” o dell’imperfezione nel tuo lavoro creativo?

È importantissimo, ed è il motivo per cui 15 anni fa ho sviluppato il Progetto Materia. Una collezione fondata sull’istinto, la velocità gestuale, la rapidità dei colpi di bulino, lima e spatola. Sentivo il bisogno di sintetizzare e semplificare lasciando alla materia preziosa carattere e messaggio. Antitetica e diametralmente opposta alla nostra main collection dove regna la tecnica e il virtuosismo. Sentivo di dover dare una seconda faccia alla stessa medaglia. È stato ed è tuttora molto gratificante.


6. Hai suonato musica elettronica come DJ. In che modo il ritmo e il suono influenzano le tue collezioni?

La musica in generale è sempre stata un’ispirazione fondamentale nel mio percorso. Nel 2006 con Marzio Aricò, Dj e producer di altissimo livello, abbiamo fatto suonare i miei strumenti di lavoro: una traccia minimal techno nata mixando i suoni del nostro laboratorio orafo. Dopo 20 anni collaboriamo ancora in campo musicale e artistico insieme a Lorenzo Bartoletti e Andrea Guzzoletti. Il nostro progetto Alfa Romero produce musica elettronica di eccellente qualità. Quando creo mi interrogo spesso se il gioiello e la collezione avranno ritmo.


7. Zighidi, Clan Banlieue, Girbaud: ogni collaborazione ha segnato un’epoca. Ce n’è una che ti ha trasformato profondamente?

Quella con François Girbaud. Mi ha mostrato il lato C delle cose. Si è accorto della mia sensibilità e l’ha instradata, veicolata. Ma prima di lui l’aveva fatto mia moglie Chiara. Mi prese letteralmente in un periodo che non ero certo di niente, determinato ma vulnerabile, non era scontato che avrei intrapreso una carriera nel mondo del gioiello. È stata lei a credere in me e a presentarmi François.


8.Se potessi tradurre un concetto come “identità” in un singolo pezzo di gioielleria, come sarebbe fatto?

Quando lo scopro ti chiamo. La ricerca infinita è vita.


9. Dalle passerelle internazionali alle boutique più esclusive: qual è il vero lusso per te oggi?

La semplicità intesa come facilità di espressione. Chi ha talento fa sembrare naturale e semplice ogni atto creativo. Quando si avverte macchinazione si perde la magia. Il lusso è quando il “Wow!” è spontaneo, sincero, sospirante.


10. Indossano i tuoi pezzi artisti e outsider: cosa deve avere una persona per essere, per te, un “portatore autentico” delle tue creazioni?

La faccenda è più sottile. La domanda fondamentale è: cosa devo avere io per essere scelto da chi ha una spiccata sensibilità o un gusto moderno e allenato? Mi accontento del fatto che si capisca l’intento e si percepisca la passione con cui creo. L’empatia è l’ingrediente principale.


11. In cosa si distingue, secondo te, l’artigianato italiano rispetto alle nuove forme di design globale?

Abbiamo un paio d’ore? Ahahah! È difficile rispondere senza snocciolare pallosi luoghi comuni. Ho visto un video dell’Amerigo Vespucci che sbarca a Tokyo, è stato impressionante osservare la Storia con la S maiuscola in mezzo ai grattacieli. L’artigianato italiano è una nave scuola, un meraviglioso dinosauro come la Vespucci. Dobbiamo farlo navigare a gonfie vele con tutta l’energia e l’orgoglio di cui siamo capaci. Il contrasto continuerà a mozzare il fiato. Se al posto della Vespucci ci fosse stato uno yacht moderno non mi sarei emozionato. Possiamo e dobbiamo mettere il know-how al servizio del design…ma continuare a stupire il mondo con la nostra poesia è imperativo.


12. Quanto conta il simbolismo nei tuoi gioielli? C’è un simbolo che ritorna ossessivamente?

Conta molto, lavoro tanto con i simboli. Forse la croce, ne creo tante. Sono ateo e ho origini ebraiche ma sono sempre stato attratto dalla croce, ne ho anche realizzate al limite del blasfemo. Utilizzare simboli uscendo dal simbolo mi ha sempre affascinato.


13. Dal “Premium Young Designers Award” alla vetrina online: quale è stata la sfida più dura nella scalata internazionale?

Uscire dal sistema marcio delle fiere di settore. È un grande bluff. Viaggiavamo per settimane in tutte le capitali europee, schiavi di un sistema che ti vuole ruffiano, stagionale, sempre pronto a offrire quello che il mercato chiede. Non posso e non devo ripudiare un sistema che mi ha permesso di farmi conoscere, è stato indispensabile ed è proprio questo il problema. Se mi parli di sfida, la più grande è stata proprio uscirne con fatica e coraggio. Il sistema ti assorbe e la creatività ne risente. Il rischio di diventare un marchietto commerciale è altissimo. Ora faccio cosa mi pare, lancio i modelli quando ho voglia e non dipendo da nessun calendario. E sto da dio.


14. Che ruolo gioca la spiritualità nella tua pratica creativa?

Direi che insieme alla curiosità e all’empatia è il terzo ingrediente fondamentale.


15. Chiara, tua moglie, ha avuto un ruolo cruciale nella tua carriera. Che tipo di dialogo creativo esiste tra voi due?

È stata l’alba di tutto. Adesso ci basta uno sguardo. Abbiamo gli stessi identici gusti ed è la prima persona alla quale mostro un nuovo modello. Curando personalmente il negozio ha una profonda sensibilità riguardo al gusto del pubblico e mi suggerisce senza suggerire. La metto spesso davanti al fatto compiuto proprio per saggiarne la reazione. Mi basta un nanosecondo per capire dalla sua espressione se sarà un modello interessante o no. Ha un fiuto da setter! Quando lavorava nella moda il suo compito era scegliere. E non ha mai smesso. Inoltre è la mia musa, quando affronto un nuovo gioiello penso sempre se Chiara lo indosserebbe. Senza di lei sarei una scimmia zoppa.


16. Fantamoda esplora il confine tra illusione e moda: c’è una tua collezione che potremmo definire “fantastica” in senso visionario?

Mmmm…no. Ovvero non adesso. La mia primissima collezione del 2001 è stata folle, scriteriata, libera e volatile. Non era neanche una collezione, era più una selezione di pezzi unici senza un denominatore comune se non l’estro. Non credo di essere un visionario della moda tantomeno un illusionista. Al contrario, anche se amo i virtuosismi, sono molto terreno. Mi piace stupire ma cerco di farlo con credibile solidità.


17. Se dovessi immaginare il tuo lavoro in un futuro post-umano, in che forma evolverebbero i tuoi gioielli?

Se sapessi risponderti sarei artisticamente morto. Il mio lavoro è troppo legato all’umanità per tutto quello che ci siamo detti rispetto all’artigianato. Ho la fortuna di lavorare con materiali indistruttibili che il tempo non intacca. In uno scenario post-umano sarei presente con ciò che ho fatto. Mi fa sorridere l’idea che durante uno scavo qualcuno troverà un anello di Manuel Bozzi come noi adesso troviamo antichi monili di civiltà perdute. Te lo immagini un archeologo bio-meccanico che esulta “Che culo! un anello degli anni duemila!”

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Lorenzo Sabatini

Lorenzo Sabatini Direttore editoriale, brand consultant e artista multidisciplinare. Fondatore di Fantamoda, dove moda, storytelling e creatività diventano esperienza. Scopri di più nella sua biografia oppure conosci gli altri membri della redazione di Fantamoda.

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