Ludovica Diligu e LABO.ART: arte e ‘stop’ fast fashion

 Scopri la visione unica di Ludovica Diligu e il suo brand LABO.ART, un mix perfetto tra minimalismo, arte concettuale e moda sostenibile.


Ludovica Diligu è una delle figure più affascinanti nel panorama della moda contemporanea, capace di mescolare arte concettuale e design minimalista in modo unico. Nata a Milano, ha iniziato il suo percorso nell’ambito delle produzioni teatrali, dove ha appreso il potere della forma e della sostanza. Il suo amore per il colore e per la sperimentazione l’hanno portata a fondare LABO.ART, un brand che sfida le convenzioni della moda, dando vita a creazioni dove ogni capo racconta una storia. Con un approccio che unisce la filosofia del “meno è più” alla qualità impeccabile del Made in Italy, LABO.ART è diventato sinonimo di eleganza senza tempo e di sostenibilità.

Milano, Berlino, Tinos: tre città, tre anime diverse, ognuna delle quali ha contribuito a plasmare la visione artistica di Ludovica. La capitale lombarda è stata il punto di partenza, dove ha conosciuto la moda e il settore manifatturiero italiano; Berlino ha portato con sé un’energia più libera e sperimentale, mentre Tinos, l’isola greca dove ha aperto il LABO.ART Concept Store Bar, rappresenta il silenzio e l’ascolto, una dimensione che permette alla creatività di fluire con tranquillità.

La sua estetica minimalista si distingue per la capacità di ridurre all’essenziale senza mai rinunciare alla forza dell’espressione. I suoi abiti non sono mai neutri, ma portatori di una sensazione profonda, che si svela in ogni taglio, in ogni geometria studiata. Non c’è spazio per la decorazione inutile nei suoi capi; ogni elemento ha una funzione, un ruolo preciso. Ludovica ha un’intuizione speciale per il colore, che non segue le tendenze ma nasce da emozioni e immagini percepite, dando vita a tonalità piene e polverose che respirano e si fondono con la forma.

La filosofia di LABO.ART si basa sulla sottrazione, come un’arte che elimina il superfluo per dare spazio alla bellezza pura. Ogni capo è pensato come una scena che accoglie chi lo indossa, una struttura che si fa corpo, e in cui il movimento diventa l’elemento che anima la creazione. Non è solo un abito: è un’esperienza, una visione da indossare.

Il Made in Italy è alla base della qualità delle sue creazioni, ma per Ludovica è anche una scelta etica, una modalità di collaborazione che guarda alla relazione con il territorio e con le persone. La filiera corta e consapevole permette di lavorare con materiali che raccontano storie di persone e luoghi, creando un dialogo che si riflette nelle collezioni. LABO.ART non è solo un brand, è un linguaggio che si evolve con il tempo, rimanendo sempre fedele alla sua identità.

Oltre a essere una designer visionaria, Ludovica ha trasformato il suo Concept Store Bar a Tinos in un luogo di incontro culturale, dove arte, design, cucina e parole si fondono in un ecosistema vibrante. Ogni scambio è per lei un’occasione di trasformazione, perché la moda, come ogni forma d’arte, non può essere mai isolata. Questo approccio si inserisce perfettamente nella sua lotta contro il fast fashion, con la creazione di capi che sfidano la temporalità delle tendenze, rimanendo rilevanti nel tempo grazie alla loro qualità intrinseca.

L’evoluzione di LABO.ART è solo all’inizio. Ludovica Diligu guarda al futuro con la consapevolezza di chi ha costruito un brand che è molto più di un’etichetta: è un percorso, un’esperienza sensoriale, e una vera e propria filosofia di vita. Con nuovi progetti e collaborazioni all’orizzonte, LABO.ART continuerà a crescere come un ecosistema di bellezza e sostenibilità.

Come ha influenzato la tua esperienza nelle produzioni teatrali la tua visione del design e la
nascita di LABO.ART?

Il teatro è stato il mio primo linguaggio visivo. Lì ho imparato il potere della forma, il valore del
gesto minimo, la precisione che si nasconde dietro ogni scelta estetica. Portavo in scena personaggi,
ma soprattutto costruivo spazi di significato. LABO.ART nasce proprio da questo approccio: la
forma come espressione, l’abito come architettura mobile. Il mio design ha radici in quel mondo: è
essenziale, ma mai neutro. Ogni capo è una scena aperta, pronta ad accogliere chi lo indossa.
Il tuo brand si basa su un’estetica minimalista.

Quali sono le sfide e le opportunità di creare
moda attraverso questa filosofia?

Il minimalismo richiede rigore. È un’arte dell’eliminazione, non dell’aggiunta. La sfida è rimanere
fedeli a questa essenza senza cadere nella ripetizione. Ma è proprio nella sottrazione che nasce la
libertà: ogni linea, ogni taglio ha un peso preciso, e questo lascia spazio alla personalità di chi
indossa i nostri capi. L’opportunità più bella? Creare un linguaggio silenzioso che parli attraverso la
qualità, il gesto, il tempo.


Milano, Berlino, Tinos. Tre città, tre anime diverse. Come hanno influenzato il tuo percorso
creativo e il modo in cui concepisci LABO.ART oggi?

Milano è la struttura, la grammatica del progetto. È dove tutto ha preso forma, con la sua energia
precisa e produttiva. Berlino è stata l’esplorazione, il respiro largo, la libertà di sperimentare. Tinos
è il silenzio, l’ascolto profondo, la possibilità di rallentare. Questi tre luoghi vivono dentro
LABO.ART: l’architettura milanese, l’anima tedesca che ama il contrasto, e la luce dell’isola, che
porta la materia verso l’essenziale.


Hai una sensibilità particolare per il colore. Qual è la tua palette mentale quando inizi una
nuova collezione?
La mia palette nasce sempre da un’intuizione visiva. Può essere una fotografia, una texture vista per
strada, un dettaglio di luce su una parete. Non cerco mai il colore “di tendenza”, ma quello che
racconta una vibrazione interiore. Mi affido a toni pieni, polverosi, profondi — mai didascalici.
Sono colori che respirano, che si fondono con la forma senza mai sovrastarla.
LABO.ART sperimenta con i tessuti.

Qual è il materiale più inaspettato che hai usato e
perché?

Una delle scoperte più sorprendenti è stata una tela grezza da arredamento, pesante e materica, che
abbiamo trasformato in capospalla. Mi piace scardinare la destinazione d’uso del tessuto e portarlo
altrove. Il materiale diventa così un territorio di sperimentazione, e spesso da un errore nasce
un’intuizione felice.


Come si traduce il tuo studio della forma in un capo di abbigliamento?
Ogni capo parte da una forma architettonica. Penso in volumi, più che in silhouettes. La costruzione
è essenziale: tagli netti, geometrie pure, proporzioni studiate per lasciare spazio al movimento. La
forma non è mai decorazione, ma struttura. È ciò che tiene insieme il pensiero e il corpo.

Cosa significa per te collaborare con il tessile Made in Italy e come si inserisce nel DNA del
brand?

È una scelta di responsabilità e di bellezza. Il Made in Italy tessile non è solo una questione di
qualità, ma di relazione. Conosciamo le persone dietro i tessuti, condividiamo valori, tempi, storie.
Questa filiera corta e consapevole ci permette di lavorare in modo etico, con materiali che
raccontano un territorio. È un dialogo che fa parte della nostra identità.

LABO.ART Concept Store Bar: da spazio espositivo a luogo d’incontro. Qual è il ruolo della
contaminazione culturale nel tuo progetto a Tinos?

Tinos è un luogo che invita all’ascolto. Il Concept Store Bar è nato come estensione naturale di
LABO.ART: uno spazio dove l’arte, il design, la cucina e la parola si incontrano. Credo
profondamente nel valore della contaminazione. Ogni scambio è un’occasione di trasformazione, e
la moda non è mai isolata: è parte di un ecosistema culturale più ampio.

In un’epoca di fast fashion, come fai a mantenere le tue creazioni rilevanti nel tempo?
Creando capi che non seguono la stagione, ma lo stile di vita. Non rincorriamo il nuovo a tutti i
costi. Lavoriamo per costruire un guardaroba che resista, che invecchi bene, che acquisti valore con
l’uso. La rilevanza, per me, nasce dalla coerenza. Chi sceglie LABO.ART cerca un abito che lo
accompagni, non che lo travesta.

Il futuro di LABO.ART: quali sono i tuoi prossimi passi e come immagini l’evoluzione del
brand nei prossimi anni?

Stiamo attraversando un momento di maturazione. Il futuro per me è nella profondità, non nella
quantità. Voglio che il brand continui a crescere come un ecosistema: fatto di abiti, ma anche di
luoghi, relazioni, visioni. Ci saranno nuove collaborazioni, nuovi spazi, ma sempre nel rispetto della
nostra identità. LABO.ART non è mai stato solo un brand: è un linguaggio. E voglio continuare a
parlarlo con sincerità.

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