Doria 1905: il cappello come manifesto di libertà e stile eterno

Alessandra Maregatti racconta l’anima di Doria 1905: spirito hippy, sostenibilità reale e sartorialità salentina al servizio delle “teste libere”

C’è una libertà da indossare: il viaggio sartoriale e sensoriale di Doria 1905 secondo Alessandra Maregatti

Nell’intervista firmata Lorenzo Sabatini per Fantamoda.it, l’anima creativa del brand racconta il sogno etereo e concreto di un cappello che non segue il tempo ma lo attraversa, tra materiali eco-consapevoli, visioni musicali e ricordi di Salento incastonati in ogni punto e filo.

C’è un vento leggero che soffia tra i petali di lavanda e le dune costiere della Puglia più autentica. Un vento che trasporta con sé i colori speziati della macchia mediterranea, il profumo del rosmarino selvatico e una visione stilistica che è insieme radicata e fluida, ancestrale e moderna. È questo vento a ispirare da sempre Doria 1905, brand storico di cappelli che, sotto la direzione artistica e d’immagine di Alessandra Maregatti, ha trovato nuova linfa vitale nel rispetto della sua eredità manifatturiera e nella spinta visionaria di un’estetica che danza tra l’esprit libre e l’armonia delle proporzioni.

Il cappello, per Doria, non è solo accessorio: è un’estensione del pensiero. Un gesto culturale che affonda le radici nel Novecento, nei suoi patchwork artigianali e nelle sue trame lente, ma che si proietta oggi in un dialogo continuo con le esigenze del presente: sostenibilità reale, materiali nobili e non trattati, colori vivi come emozioni da indossare, design pulito ma mai banale. Un’eleganza che rifiuta la teatralità dell’apparenza e preferisce il silenzio della qualità vera.

Nella palette delle ultime collezioni – Olive Dreams, Notturno, Lava Falls, Frumento, Wisteria Lane – si respira un cromatismo emotivo, quasi sinestetico, che rievoca sensazioni prima ancora che paesaggi. I Panama si colorano di spezie e papaveri, le fibre colombiane di IRACA intrecciano mondi lontani con l’accuratezza di mani sapienti, mentre le carte giapponesi dialogano con i filati grezzi in una sinfonia sensoriale che non dimentica mai il rispetto per la materia prima.

Un rispetto che diventa atto politico, soprattutto oggi. Perché in un’epoca in cui la sostenibilità viene spesso impacchettata in slogan pubblicitari, Doria 1905 risponde con dati, tracciabilità, collaborazioni virtuose – come quella con il Lanificio Bottoli e la sua linea B-ECO – e con la scelta coraggiosa di non seguire la moda, ma di attraversarla fedelmente con il proprio linguaggio. “I veri pezzi senza tempo nascono così: non rincorrendo il trend, ma ascoltando chi si è davvero,” ci racconta Maregatti.

Il risultato? Cappelli che sembrano raccontare un viaggio, che non chiedono di essere indossati per apparire, ma per esprimere. Doria veste teste libere, individui fuori dagli schemi, in bilico tra i sogni flower power di “Somebody to Love” dei Jefferson Airplane e l’attitudine resiliente di chi sceglie la bellezza come forma di resistenza.

E se il cappello ha sempre avuto un valore sociale, di status o ribellione, oggi Doria lo trasforma in manifesto personale: ogni modello è una scelta consapevole, un gesto poetico e al contempo concreto. Che si tratti di un Raindrops pieghevole, impermeabile e sofisticato, o di un marinaio bretone destrutturato, ogni creazione parte da un’idea, un’emozione, una memoria – e prende vita tra mani esperte, silhouette studiata e storytelling visivo curato nei minimi dettagli.

Il cappello diventa così un paesaggio interiore. E chi lo indossa sceglie di appartenere a un mondo dove la leggerezza non è frivolezza, ma sostanza. Dove la moda torna a essere artigianato, racconto e atto d’amore.

Nel dialogo che segue, Alessandra Maregatti ci accompagna dentro la visione poetica e concreta di Doria 1905, rivelando dietro ogni fibra intrecciata una scelta, un ricordo, una filosofia. E confermando come la moda, quando fatta con coerenza, possa davvero essere un atto di libertà.

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  • Doria sembra danzare tra etereo e rock, tra leggerezza e struttura. Se dovessi definire il brand
    con un accordo musicale, quale sarebbe?
    Quando ho immaginato il concept del brand, sin
    dall’inizio ed ancora oggi quando studio le collezioni, ho due brani che mi accompagnano Today e
    Somebody to Love dei Jefferson Airplane, sono la concentrazione e l’energia del brand.
  • Le terre salentine si respirano nei colori e nelle materie prime. Qual è il ricordo più potente legato
    alla tua terra che si è trasformato in un cappello?
    La natura, senza dubbio, i colori della terra, delle
    coste, della vegetazione e il profumo selvaggio che pervade tutto, è questo che è stato da subito il
    leitmotiv dello spirito di ogni collezione.
  • Sostenibilità, circolarità, filiera consapevole. In un mondo in cui il greenwashing è dietro l’angolo,
    come si riconosce un marchio che fa sul serio?
    In un panorama dove la sostenibilità viene spesso
    usata come slogan più che come pratica concreta, distinguere un marchio autenticamente
    sostenibile da uno che fa greenwashing richiede attenzione a diversi segnali. Un’azienda
    realmente sostenibile comunica in modo chiaro e dettagliato le proprie pratiche. Non si limita a
    slogan vaghi (“eco-friendly”, “green”) ma fornisce dati concreti, report verificabili, obiettivi
    misurabili. Un marchio davvero sostenibile ripensa l’intera filiera, non si limita ad aggiungere una
    linea “green” per esempio. Un altro segnale è l’attenzione al lato umano: rispetto dei diritti dei
    lavoratori, salari equi, condizioni di lavoro sicure. La sostenibilità non è solo ambientale, ma anche
    sociale. I marchi autentici poi dovrebbero parlare di sostenibilità in modo coerente, non solo in
    occasione di campagne stagionali.
  • Il cappello ha attraversato la storia come simbolo di status, ribellione, protezione. Oggi cosa
    rappresenta per chi sceglie un Doria?
    Il cappello nell’aspetto sociologico della moda ha giocato un
    ruolo davvero importante, si tratta di un capo che porta con sé molteplici aspetti simbolici,
    gerarchici e di status. Un cappello caratterizza un outfit. Tutto questo fa parte dello studio di come
    si è sviluppato il brand nel suo concetto ed è quello che si ritrova nel prodotto e nella sua
    comunicazione per immagini
  • “Teste libere”. Qual è il cliente-tipo di Doria? Doria riesce e vuole toccare diverse fasce di
    clientela grazie al suo essere timeless ed insieme update, informale e moderno. Il concetto con il
    quale viene creato il prodotto tiene conto di un range ampio senza perdere mai la sua immagine.
    Desideriamo liberarci da tutte le etichette, anche quella del target consumer. Chi immaginate
    mentre disegnate un nuovo modello? Immagino un personaggio libero da convenzioni, qualcuno
    attento più al prodotto che non alle mode del momento ed è questo che distingue il vero spirito
    senza tempo. Qualcuno che voglia essere sempre sé stesso.
  • Il cappello è un manifesto personale. Se potessi rivedere la storia con un occhio stilistico, quale
    personaggio avrebbe meritato un Doria?
    I personaggi sono tanti e spesso sono fonte di ispirazione
    per le collezioni, sicuramente tra le donne Maria Antonietta, così rock, avrebbe dovuto averne uno.
  • Artigianalità e innovazione: come si bilancia il rispetto della tradizione con la necessità di
    evolversi?
    Anche questo aspetto è stato proprio il punto sul quale ho basato lo sviluppo del
    concept del brand. Al di là dello stile, il lavoro sulla fusione di questi due aspetti è stato
    fondamentale in ogni passo, il brand rinasce proprio su queste basi.
  • I Raindrops, diventati iconici, nascono da un concetto di leggerezza e funzionalità. È più difficile
    oggi creare pezzi senza tempo in un mercato ossessionato dal fast fashion?
    Il segreto per creare
    pezzi senza tempo sta proprio nel non seguire troppo la moda ma restare fedeli all’essenza del
    brand, rileggendo secondo i propri codici i trend del momento ed i bisogni del cliente.
  • C’è una palette cromatica intensa nella collezione, dai toni speziati alle nuance ispirate agli
    elementi. Se dovessi creare un cappello ispirato a una sola emozione, quale sarebbe e che colore
    avrebbe?
    Grigio-viola, il nostro colore Temporale, racchiude tutta la forza della natura del Salento e
    l’eleganza eterea di Doria
  • Doria e Lanificio Bottoli: cosa significa per te intrecciare collaborazioni e costruire sinergie
    creative?
    Le sinergie sono un aspetto fondamentale del DNA di un marchio se ben selezionate.
    L’attenzione alla natura pervade le collezioni Doria da sempre nei colori, nei materiali e
    nell’artigianalità che la contraddistinguono. La ricerca di Lanificio Bottoli sui tessuti eco si sposa
    perfettamente con questi concetti e li arricchisce.
  • Il tuo cappello preferito di sempre, quello che porteresti con te su un’isola deserta? Il cappello da
    marinaio bretone, a spicchi, morbido, con la visiera piccola. Il cappello per affrontare le difficoltà e i
    momenti buoni e un cappello destrutturato dalla testa a goccia arrotolato in tasca.
  • Qual è il processo creativo dietro un cappello Doria? Partite dalla materia, dalla forma o da
    un’idea più astratta?
    La creazione di un Doria passa da tutti questi concetti ma, in prima battuta in
    effetti, c’è sempre una “storia” da raccontare. Una storia immaginaria di viaggio ma anche di
    artigianalità.
  • Doria affonda le radici nei primi del ‘900. Se potessi viaggiare nel tempo, quale epoca visiteresti
    per trovare ispirazione?
    Ho viaggiato nel tempo tante volte, ad ogni collezione sono tornata negli
    anni 20 del secolo scorso, i fantastici roaring twenties, sono stati e sono tutt’ora l’ispirazione di ogni
    copricapo Doria.
  • Qual è stata la sfida più grande che il brand ha affrontato nel suo percorso di rinascita? A livello
    di stile e concept è stato sicuramente il virare la percezione assopita del brand che lo vedeva
    ormai come un basico da uomo un po’ agée, in un prodotto giovane e caratterizzato di quei dettagli
    forti che aveva invece ai suoi albori e che abbiamo trovato nell’archivio.
  • Immagina di scrivere il futuro del cappello: come sarà tra 50 anni? A livello di stile sicuramente
    sempre più pratico e non invadente, aspetti dei quali Doria fa tesoro da sempre.
  • Doria ha uno stile west-side ma anche nomade, internazionale. Quale città, oltre al Salento, senti
    particolarmente affine al brand?
    Parigi ma anche Tokyo, due poli opposti, da una parte Parigi con il
    suo lato bohemien, il vero savoir vivre, l’essere sempre se stessi, la multietnia e la
    contaminazione. Dall’altra parte Tokyo con la sua tradizione unita all’innovazione che ne fanno la
    città internazionale per eccellenza, grande fonte di ispirazione.
  • L’heritage del marchio ha un valore inestimabile. Come si evita di cadere nella nostalgia e si
    resta sempre contemporanei?
    A livello di stile e di concept l’importante è interpretare e fare
    attenzione a non replicare. Si potrebbe cadere nell’errore di riproporre tali e quali prodotti del
    passato senza innovarli cadendo così nell’errore di invecchiare i codici di lettura del brand.
  • In un mondo sempre più digitale, il contatto con la materia diventa un lusso. Come fate a far
    percepire il valore di un cappello artigianale a chi lo scopre online?
    Per quanto riguarda questo
    aspetto si deve lavorare su due fronti di comunicazione, l’immagine ed il testuale. Poniamo
    estrema attenzione nella progettazione delle ADV e dello storytelling, non a caso si prediligono
    immagini che raccontino non solo un mood ma i materiali in modo attento così da riuscire a
    trasmettere al cliente visivamente, la morbidezza, la mano, la façon dei capi. I testi a corredo sono
    importanti, impattanti e focalizzati sugli aspetti qualitativi del prodotto. Bisogna raccontare storie
    vere.
  • Un consiglio a chi vuole acquistare il suo primo Doria e renderlo parte del proprio stile di vita? Sii
    te stesso, scegli con passione.
  • Se dovessi descrivere Doria con una sola parola che non sia “cappello”, quale sarebbe?
    Passione, senza dubbio.

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